Meta lancia Muse, l’AI che entra nelle app: può inviare email e fare pagamenti

L’intelligenza artificiale non si limita più a suggerire cosa fare. Comincia a farlo direttamente. Meta ha lanciato negli Stati Uniti Muse, un nuovo assistente capace di accedere alle applicazioni dell’utente e compiere operazioni nel mondo reale: inviare email, organizzare appuntamenti, prenotare viaggi, mettere in vendita oggetti e persino effettuare pagamenti.

Muse può essere utilizzato attraverso un’applicazione dedicata oppure tramite WhatsApp e rappresenta uno dei passi più concreti compiuti da Meta verso quella che Mark Zuckerberg definisce “personal superintelligence”: un’intelligenza artificiale personale che non si limita a conversare, ma conosce il contesto dell’utente e può agire per suo conto.

Dalla risposta all’azione

La differenza rispetto ai chatbot ai quali ci siamo abituati negli ultimi anni è sostanziale.

Un sistema come ChatGPT o Meta AI, nella sua forma tradizionale, riceve una domanda e genera una risposta. Un agente come Muse può invece ricevere un obiettivo e utilizzare diversi servizi per raggiungerlo.

Con l’autorizzazione dell’utente può accedere alla posta elettronica, consultare il calendario, utilizzare servizi di pagamento, interagire con piattaforme di shopping, servizi sanitari e dispositivi della casa intelligente. Può inoltre occuparsi di attività più articolate, come organizzare un viaggio o vendere un oggetto.

È il passaggio dall’AI che consiglia all’AI che esegue.

Quando un errore non resta dentro una chat

Se un chatbot interpreta male una domanda, nella maggior parte dei casi produce una risposta sbagliata. Quando a sbagliare è un agente collegato alla posta elettronica, alla carta di pagamento o ai dispositivi domestici, le conseguenze possono essere molto più concrete.

Una decisione errata può trasformarsi in un messaggio inviato alla persona sbagliata, una prenotazione non voluta, un acquisto o un pagamento, oppure nella condivisione di informazioni che l’utente avrebbe preferito mantenere riservate.

Non si tratta soltanto di un rischio teorico. Secondo Reuters, Muse era stato inizialmente previsto per aprile ma il lancio era stato rinviato proprio per rafforzarne affidabilità e sicurezza. Nei test interni erano emersi problemi, compresi episodi di esposizione di informazioni private e comportamenti non sempre coerenti con le intenzioni dell’utente. Meta sostiene che il sistema abbia ora raggiunto gli standard minimi di sicurezza stabiliti dall’azienda.

Meta mette un secondo agente a controllare il primo

Per limitare questi rischi, Meta ha previsto un sistema di autorizzazioni attraverso il quale l’utente decide quali applicazioni Muse può utilizzare.

I collegamenti possono essere revocati e l’azienda ha introdotto anche un secondo agente di sicurezza incaricato di controllare le azioni compiute dal primo.

È una soluzione che racconta bene il nuovo problema posto dall’AI agentica: per controllare un’intelligenza artificiale che agisce autonomamente può essere necessario utilizzare un’altra intelligenza artificiale.

Rimane però una questione fondamentale: fino a quale punto un agente può agire senza chiedere nuovamente l’autorizzazione dell’utente?

La differenza è enorme soprattutto quando entrano in gioco operazioni economicamente o giuridicamente rilevanti. Consultare un calendario non equivale a effettuare un pagamento. Preparare una mail non equivale a spedirla.

Il rischio delle istruzioni nascoste

C’è poi un problema destinato a diventare centrale con la diffusione degli agenti: quello delle istruzioni ricevute indirettamente.

Un sistema autorizzato a leggere email, documenti e pagine web può incontrare contenuti costruiti appositamente per cercare di modificarne il comportamento. È il problema generalmente associato alle cosiddette prompt injection.

Un messaggio apparentemente innocuo potrebbe contenere istruzioni pensate non per l’utente, ma per l’intelligenza artificiale che lo sta leggendo.

Più aumentano i poteri concessi all’agente, maggiore diventa quindi la necessità di separare ciò che il sistema può leggere da ciò che è autorizzato a eseguire.

E in Europa?

Per il momento Muse debutta negli Stati Uniti. Un eventuale arrivo nell’Unione europea aprirebbe però una serie di questioni regolatorie che vanno ben oltre il semplice consenso iniziale dell’utente.

Un agente capace di muoversi tra WhatsApp, account Meta e applicazioni esterne può infatti trattare una quantità molto ampia di informazioni personali. Diventano quindi centrali la base giuridica del trattamento, la minimizzazione dei dati, i tempi di conservazione, le modalità di revoca delle autorizzazioni e la distribuzione delle responsabilità tra Meta e i servizi collegati.

C’è poi il nodo delle transazioni. Se un agente effettua un pagamento non desiderato o acquista il prodotto sbagliato, bisognerà stabilire con precisione quando l’azione possa essere considerata realmente autorizzata dall’utente.

Revocare successivamente l’accesso a un servizio, inoltre, non significa necessariamente cancellare le informazioni già raccolte durante il periodo in cui il collegamento era attivo.

La vera partita degli agenti AI

Muse non nasce dal nulla. Meta sta sviluppando da mesi la famiglia Muse e ha progressivamente spinto i propri modelli verso l’utilizzo di strumenti, computer e flussi di lavoro autonomi. Muse Spark è stato presentato proprio come un modello progettato anche per attività agentiche e utilizzo di strumenti.

Il nuovo assistente porta quella logica direttamente nella vita quotidiana.

La competizione sull’intelligenza artificiale entra così in una fase diversa. Non conterà soltanto quale modello sappia rispondere meglio alle domande, ma quale sia capace di agire in maniera affidabile tra applicazioni, servizi e dispositivi.

Ed è probabilmente qui che si giocherà una delle partite decisive dei prossimi anni: dare all’intelligenza artificiale abbastanza autonomia da essere davvero utile senza concederle abbastanza potere da trasformare un errore digitale in un problema reale.

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